Recensione: Dead or Alive: Paradise
3 apr
Il paradiso dei paparazzi virtuali?
Per ottenere il meglio che Dead or Alive: Paradise ha da offrire, tutto quello che dovete fare è guardare il filmato iniziale, dove vedrete tette che saltellano in quantità e un paio di ragazze che al massimo potrebbero andare a lezione alle superiori con il lecca lecca (entrambe nella stessa inquadratura, naturalmente). Dalla scena sotto la doccia al fotogramma finale dominato da una donna seduta su una canoa rosa, è tutto un susseguirsi di immagini che ci ricordano quanta strada abbiano percorso le donne nella loro ricerca di eguaglianza sociale.
Naturalmente, non cè da lamentarsi se in un gioco basato sul franchise Dead or Alive si possono trovare seni e fondoschiena in abbondanza: sarebbe un po come lamentarsi della presenza di coperture in Gears of War. Ma quando si parla di Paradise, cè molto altro di cui lamentarsi. Piccolezze naturalmente, quali visuali ridicole, gameplay inconsistente, controlli imprecisi, estrema limitatezza delle opzioni di personalizzazione, assenza di funzionalità online, IA scadente, presentazione pigra e una trama patetica a fare da sfondo al tutto, giusto per nominarne alcuni.
La premessa è tanto semplice quanto stupida. Nei panni di una delle ragazze di DOA (nel roster di 12 personaggi ci sono volti noti quali Kasumi, Ayane e Tina), dovete trascorrere una vacanza di due settimane sullisola Zack. Lì potete visitare luoghi quali Tranquil Beach, Niki Beach e Bass Island, tutte location distinguibili esclusivamente dallordine in cui sono disposte le palme. E poi ci sono Pool e Pool Side, anchessi notevolmente simili. Potete anche comprare oggetti inutili in tre differenti negozi o in alternativa visitare la celebre Radio Station. Che cosè? Naturalmente un menù per la selezione dei brani mascherato da beh, Radio Station!
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