Recensione: James Camerons Avatar: The Game
17 dic
“A Natale si sa, è tempo di Pandora…”
La logica del tie-in è semplice: se hai amato il film, ci sono buone probabilità che tu possa amare anche il videogioco. Ciò, come tutti sappiamo, non è affatto vero. Fin troppe volte abbiamo sperimentato sulla nostra pelle la delusione nei confronti di titoli che poco o nulla avevano da spartire con il prodotti originali che li hanno generati.
Il caso di James Cameron’s Avatar è ancor più emblematico poiché, proprio per evitare la riproposizione della pellicola non ancora presente nelle sale, intende presentarsi in veste di “storia alternativa” a quella narrata dal regista. Avremo pertanto trame e personaggi differenti (come accaduto nelle versioni Xbox 360 e PS3), e l’unico punto di contatto tra l’opera di Cameron e i videogiochi ad essa correlati risiede unicamente nel setting e nella peculiare razza dei Na’vi.
Pandora è un pianeta lontano lontano (circa 4.5 anni luce di distanza dalla Terra), ricchissimo di minerali e pertanto obiettivo primario del Resources Development Administration (RDA), potente corporazione terrestre adibita allo sfruttamento di risorse nella galassia. In questa versione destinata alla console Nintendo non avremo il duplice intreccio tra i terrestri e gli alieni Na’vi, bensì andremo a impersonare un prode guerriero di questi ultimi, intento a recuperare le reliquie del clan sottratte dagli invasori.
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