Recensione: PES 2010: Pro Evolution Soccer
16 ott
Una panchina che continua a scottare
Cera una volta il pallone, fatto di ideogrammi digitali, di undici nomi titolari da ribattere completamente. Un pallone che andava importato, perché noi europei non eravamo quasi in grado di capirlo, perché ci hanno sempre spacciati per faciloni e quel calcio da cera una volta ce lo spacciavano quasi come troppo complicato per noi
Sono parole romantiche le mie, ricordi che si fondono con le primissime partite a quel Winning Eleven giappo, con tanto di Roby Baggio col codino, divina copia digitale del suo essere il dominatore della scena. E leco di quelle partite, dapprima solo rimediate nei negozi di importazione, si fece così roboante da portare quella saga sui nostri pad tricolori, con lautomatica cancellazione dellalter ego occidentale, sempre made in Konami, che scattava sulla fascia parallelo al più celeberrimo FIFA (i primissimi ISS Pro, ve li ricordate?).
Da quel momento in poi tutto il resto è storia ma anche un po noia, perché la concorrenza per anni ha continuato a sbagliare tutto, campagna acquisti e rinnovi dirigenziali, proclami e interviste del dopo partita. Konami ha dominato inesorabile, Pro Evo ha dato distanze abissali, ha smontato le velleità di altri concorrenti (compreso il This is Football di Sony). Ma poi?
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